Tecnologie didattiche e ambienti di apprendimento

Tecnologie didattiche e ambienti di apprendimento

Il 30 settembre mi troverò a partecipare al V Seminario Nazionale per l’accompagnamento delle Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del I ciclo di istruzione 2012 sul tema “Le competenze tra apprendimento, misurazione e certificazione: la parola alle scuole”. Nel workshop n. 6 cercheremo risposte alla domanda “Quali ambienti di apprendimento per promuovere le competenze”.

Cercherò di mostrare ai partecipanti come – con la Robotica Educativa, diversamente da pc-tablet-LIM – ogni ambiente di una scuola possa divenire “ambiente di apprendimento”, mentre sento e leggo di un crescente entusiasmo per la riprogettazione delle scuole con aule e locali diversamente vivibili dagli studenti con proprie personali strumentazioni informatiche connesse alla rete. Lo stesso INDIRE, con l’iniziativa “Avanguardie educative” promuove questo tema, puntando alla “didattica scomposta“…

Ma anche leggo su La Repubblica:

ROMA – Lo dice l’Ocse, che è l’organizzazione dei paesi al mondo più industrializzati: non vi è certezza che i grandi investimenti pubblici e familiari su computer in classe e connessioni internet a scuola migliorino le performance scolastiche dei nostri ragazzi. Il programma Ocse per la valutazione degli studenti, guidato da Andreas Schleicher, ha elaborato un dossier – “Making the connection” – che, tra molte cautele, sostiene: “Studenti incapaci di navigare attraverso un complesso paesaggio digitale non saranno in grado di partecipare completamente alla vita economica, sociale e culturale intorno a loro”, tuttavia i primi risultati comparativi basati sui test Pisa dicono che i quindicenni che usano moderatamente i computer a scuola tendono ad avere un miglior apprendimento dei coetanei che lo usano poco o nulla, ma quelli che lo utilizzano in modo massiccio tendenzialmente peggiorano nella lettura, in matematica e nelle scienze“. Risulta, questo, nei paesi più avanzati, che negli ultimi quindici anni hanno investito forti risorse nell’informatica. Inoltre, la tecnologia scolastica spinta allarga la forbice di apprendimento (“skills divide”) tra ricchi e poveri. In Italia siamo quarti (su quaranta) nel rapporto tra condizioni economiche e performance educative: i poveri che usano troppo internet vanno davvero male a scuola.

Temo che faticherò a farmi comprendere, se oggi parlando di “ambiente di apprendimento” pensiamo all’architettura e non alla pedagogia.

In sintesi cercherò di illustrare la visione dell’ambiente di apprendimento che il LRE realizza in molteplici e multiformi ambienti scolastici, citando alcune esperienze che mostrano come si possano realizzare apprendimenti attivi centrati sui “linguaggi del fare” più che sui “linguaggi del sapere”, linguaggi alla base di un’attività costruttiva che “include di per sé”, quindi efficace rispetto alla individualizzazione dei percorsi di apprendimento, comprese le casistiche di BES, con buoni effetti anche su alussi DSA. E che pure, in molti casi, agevola il lavoro degli insegnanti di sostegno.

Esperienze che dimostrano come sia possibile favorire la naturalezza nell’apprendimento collaborativo e co-operativo attorno a obiettivi e finalità proposte dall’insegnante, chiamato a lasciare i panni dell’organizzatore didattico che agisce su tempi e spazi,della “fonte” del sapere, per centrarsi su obiettivi e strategie, sul problem solving che si genera da sé in una ciclicità di (progettare – costruire – provare – valutare – correggere/modificare à provare – valutare – correggere/modificare à provare –valutare  ….), quella ciclicità che Le Boterf ha illustrato nell’opera alla base della didattica per competenze: “De la compétence: Essai sur un attracteur étrange, Les Ed. de l’Organisation, 1990

Una visione più centrata sugli alunni che sullo spazio fisico, laddove il gruppo progettuale di alunni agisce centrato sull’oggetto in costruzione (e sui saperi a esso sottesi) e meno condizionato dal luogo fisico in cui si esplica l’attività di costruzione, con due livelli (concreto-fisico) <->  (astratto-simbolico) tra cui muoversi interiormente e fisicamente. E condividendo nel gruppo sia la concreta realizzazione, tangibile e manipolabile, che i linguaggi simbolici per l’analisi e la descrizione di idee, soluzioni, strategie da proporre, contrattare, affermare nel gruppo progettuale.

Lo spazio fisico “formale” (aula, corridoio, palestra … cortile) messi a disposizione “così come li abbiamo a scuola” pronti a divenire “ambienti” di sfida per artefatti di cui gli alunni sono autori, in prima persona e in gruppo posti ad agire in via traslata nella verifica della bontà dell’invenzione.

Un apprendimento euristico in cui l’insegnante non gioca nessun ruolo di “valutatore”, ma prima di tutto quello di “regista” delle dinamiche di apprendimento in cui va modulato l’alternarsi di euforia / frustrazione degli alunni, il lato emotivo dell’apprendere necessario al processo ideativo-costruttivo che favorisce apprendimenti e loro rinforzi, nella ciclica ricerca di miglioramenti dettati dall’osservazione e dalla fantasia.

Un approccio quindi che si impossessa dei locali scolastici non subendone la fisica rigidità, ma animandoli di piccoli esseri – i robot – opera degli alunni che in essi si identificano, portando “fuori da sé” la paura dell’errore, la “prudenza” della logica per esprimere fantasia (4-7 anni) e poi prime rigorose logiche algoritmiche (6-10 anni), sperimentando infine la potenza del pensiero ipotetico (se … altrimenti)  e altri basi dell’informatica applicate a oggetti tangibili, dotati di sensori e attuatori per essere inter-attivi tra loro, con gli alunni, con gli spazi scolastici e arredi (9-14 anni) …

Allora così avviene che lo spazio scolastico diviene una struttura vivente, interconnessa sia con i suoi abitanti reali (alunni – docenti: gli AUTORI) che con abitanti sintetici, frutto dell’ingegno degli alunni (robot: gli ATTORI). Una reazione all’eccesso di digitalizzazione che allontana i giovani dalla manipolazione concreta e dai tempi lenti dell’umano rispetto al computer. E inviterò gli insegnanti a riflettere … 

classetecnologie didattiche centrate sui linguaggi del sapere

o

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tecnologie didattiche centrate sui linguaggi del fare?

Se perseguiamo l’acquisizione di competenze, non ho dubbi. Si diventa competenti (non solo, ma potentemente) così:

Giovanni Marcianò

 La robotica educativa come strumento per il potenziamento relazionale nella scuola primaria.

 La robotica educativa come strumento per il potenziamento relazionale nella scuola primaria.

di Silvia Pellone

Riagganciandomi a quanto esposto nel primo post, in questa sede mi focalizzerò sui risvolti relazionali che questa tesi di ricerca ha evidenziato. Innanzi tutto è da sottolineare come nell’apprendimento il lato psicologico non possa più essere ignorato in quanto processo di crescita e di continua messa in discussione del soggetto e delle proprie rappresentazioni del contesto che lo circonda. In particolare in questo ambito di apprendimento è rilevante come dover condividere un oggetto interessante di per sé (la Bee-bot), potendo superare il divario presente tra competenze linguistiche differenti, dover ragionare in maniera individualizzata e contemporaneamente tener conto delle esigenze del gruppo, ha reso le relazioni che tengono unito quest’ultimo più dinamiche, probabilmente non prive di criticità, ma sicuramente più inclini a trovare al proprio interno, quindi nel gruppo di pari, delle soluzioni soddisfacenti. Tutto ciò emerge dai dati rilevati dai test utilizzati(Test Sociometrico e Test del Disegno della Classe), i quali registrano un’intensificarsi delle relazioni esistenti all’interno del gruppo, in particolare di quelle con valenza positiva.

Per quanto riguarda le scelte e i rifiuti ricevuti dai bambini della classe si può rilevare come per la metà del gruppo le scelte siano aumentate, solamente per un individuo rimangono stabili mentre per circa il 45% diminuiscono d’intensità. Tutto ciò può essere letto nell’ottica di classe come organismo vivo e dinamico, in perenne evoluzione. Per quanto riguarda i rifiuti, questi variano in maniera più evidente. Per il 60% dei bambini diminuiscono, mentre per il resto del gruppo aumentano.

Focalizzandoci sul gruppo di bambini non parlanti, ovvero quelli che non padroneggiano la lingua italiana in quanto essa è per loro lingua seconda nei confronti di cui si sono da poco approcciati(meno di un anno per alcuni), possiamo rilevare come nel confronto tra test iniziale e finale esse aumentano per la grande maggioranza di loro (73%), solamente per un bambino si mantengono stabili, mentre per altri due diminuiscono. Quest’ultimo dato in particolare può far riflettere sul fatto che qualsiasi intervento didattico non sia di per sè un percorso autosufficiente, ma invece il punto di partenza per un ulteriore approfondimento, nell’ottica di una didattica a spirale.Pellone03È poi possibile osservare un cambiamento positivo rispetto alla percezione degli elementi che compongono il concetto di classe, ovvero l’aula, i compagni, la figura educativa e il soggetto stesso. Nell’analizzare i dati relativi al test del disegno della classe è stato possibile osservare in generale due tendenze differenti tra i gruppi sperimentale e di controllo, ma che accomunano i componenti di ognuno di essi. Per quanto riguarda il gruppo sperimentale è emersa un’evoluzione positiva generale e in particolare relativamente agli indicatori di relazione, che ha  riguardato tutto il gruppo classe. A sostegno di questa visione vi è l’implemento positivo della rappresentazione dei propri compagni di classe da parte di tutti i soggetti, appartenenti ad entrambi i gruppi di competenza. Per quanto riguarda invece il gruppo di controllo, si osserva una situazione generalmente statica che vede un generale impoverimento delle rappresentazioni in particolare in riferimento alla relazione tra pari.Pellone04 Pellone05Infine, l’ultimo piano interessato è sicuramente quello sociale. Come scrisse il filosofo greco Aristotele nella sua Politica, “l’uomo è un animale sociale”, cioè tende per natura ad aggregarsi con altri individui e organizzarsi in società, è una caratteristica comune agli uomini di ogni epoca ed età. Per costruire la società futura, obiettivo ultimo che la scuola si pone o almeno dovrebbe, è fondamentale che tutti i bambini apprendano ad indossare quegli abiti che permettano loro di soddisfare in maniera serena una naturale necessità. Tutto ciò non è difficile da raggiungere se si dà loro gli strumenti e le occasioni per provarli. Questo è possibile attraverso la robotica educativa, in quanto evidenziato dal sensibile calo dei rifiuti e un aumento delle scelte nei confronti dei soggetti considerati meno desiderabili perché poco competenti nell’espressione linguistica.Pellone06

 

Eurathlon, gara di robot “da grandi”

Eurathlon, gara di robot “da grandi”

Leggo su La Stampa che dal 17 al 25 settembre oltre 40 robot da 21 paesi, in 18 squadre – saranno a Piombino (Toscana, Livorno) per  la competizione robotica Eurathlon,

Robot terrestri, sottomarini e aerei ispezioneranno l’area di quella che sembrerà una catastrofe appena avvenuta, in scenari ispirati alla tragedia di Fukushima: cercheranno dispersi, individueranno perdite, opereranno interventi tecnici. L’unica squadra italiana a partecipare proviene dal dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Firenze.Il team fiorentino gareggerà con FeelHippo, un robot subacqueo autonomo in grado di esplorare i fondali e registrare immagini utili per scopi archeologici, per la sorveglianza subacquea dei porti o per il monitoraggio dei parametri ambientali.
Tra i partecipanti anche la Corea del Sud, che porterà, per la prima volta in Italia, Drc-Hubo, il robot umanoide alto 180 centimetri che ha già vinto molti premi in varie competizioni nel mondo.

Gli organizzatori dicono che «È una gara che mostra le invenzioni di molti giovani, da tutto il mondo, che sono arrivati a costruire robot che potrebbero essere utili per aiutarci in situazioni di disastri ambientali ma anche per funzioni civili e culturali». Da segnalare le presentazioni di Robot-Era, l’automa specializzato nell’assistenza agli anziani della Scuola Sant’Anna di Pisa, e Walk man, il robot realizzato all’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova in collaborazione con il Centro ricerche «E. Piaggio» di Pisa.

Mi fa piacere ricordare che l’edizione 2014 della Robocup Jr, con alunni delle scuole di tutt’Italia dai 5 ai 20 anni, si è svolta proprio lì, a Pisa, con i ricercatori e dottorandi del Sant’Anna a arbitrare le gare. E il Direttore, Paolo Dario, felice di vedere quanto si stia diffondendo la passione per la robotica negli studenti di oggi. E apprezzando la competenza che sono stati capaci di portare in campo. Ebbene,  i giovani italiani sono bravi. Attendiamo le politiche – per la  Scuola, l’Università e la Ricerca – che valorizzino questi potenziali per il futuro. Chi le ha viste?

Giovanni Marcianò – Rete di Istituti Scolastici Autonomi “Robocup Jr Italia”

 

La robotica educativa come strumento per il potenziamento cognitivo nella scuola primaria

di Silvia Pellone

Riferisco in questo post gli esiti del lavoro di Tesi sperimentale svolta all’Università di Torino. Nel lavoro di ricerca sono emersi alcuni elementi molto interessanti per il contesto scolastico che l’ha accolto. Tra tutti gli spunti che l’evoluzione di questa Tesi ha prodotto, è stato possibile individuarne alcuni specifici che, fra tutti, meglio possono aiutare a render conto di quanto è stato detto, fatto e scritto finora in merito alle crescenti difficoltà di apprendimento nella scuola primaria.

Il primo aspetto che è emerso è il fatto che è possibile e, soprattutto, necessaria una nuova didattica. Una metodologia che non esiste se non con il coinvolgimento attivo degli alunni, i quali sono consapevoli di ciò che viene loro proposto e che, per questa ragione, ne rendono possibile l’attuazione. Una progettazione che permetta un apprendimento individualizzato e personalizzato, che rispetti i tempi e le generali esigenze del singolo senza rinunciare alla dimensione del gruppo. Questa didattica è possibile con l’utilizzo della robotica educativa, che non è uno strumento, non è una tecnica, non è una filosofia d’insegnamento, ma è un organismo costituito da queste tre componenti che in esso entrano in relazione formando qualcosa di più potente dal punto di vista educativo e formativo.

Sono emerse tre componenti di rilievo dall’utilizzo di robot programmabili in classe. La prima è riferibile al piano cognitivo, dove emerge come l’apprendere in un contesto aderente alla realtà, ma che allo stesso tempo ne richiede un’astrazione necessaria e che permette ad ognuno di strutturare il proprio tempo nella maniera più congeniale, si sia rivelato un metodo efficacie e in una certa misura socialmente più giusto di altre proposte educative.

Nell’analizzare i dati relativi al gruppo sperimentale si è potuta facilmente evidenziare una situazione di partenza al di sotto della media rispetto agli standard del test utilizzato. Il gruppo ha presentato un punteggio grezzo al netto della prima prova non superiore a 48 punti su 56 effettuabili e la maggioranza dei casi non ha raggiunto la soglia dei 40 punti, andando a costituire una media intorno al 38,50 punti, oltre al fatto che il punteggio minimo effettuato è di 19 punti. Di conseguenza la media del punteggio standard, calcolato sulla base del punteggio grezzo e dell’età anagrafica dei soggetti, si rivela molto basso, intorno ai 31, 9 punti. Il gruppo sperimentale all’inizio del percorso si posiziona quindi mediamente al tredicesimo posto del rango percentile, inteso come posizione su una scala da 0 a 100, risultato ben al di sotto della media prevista dal test per questo range di età. Pur essendo una classe seconda, ovvero al limite per l’utilizzo di questo test, i punteggi sono realmente poco elevati, quasi i bambini non avessero affrontato ancora i concetti indagati. In particolare si rilevano difficoltà su quattro concetti, che verranno poi affrontati e approfonditi con l’utilizzo della robotica educativa; questi sono la coppia “In fondo – In cima” e i concetti singoli “Tra”, “Intorno” e “Attraverso”.pellone

Come si può facilmente osservare dal grafico riportato, il gruppo di bambini della classe sperimemtale che riescono a rispondere correttamente al quesito non supera le sei unità, per questa ragione, in accordo con l’insegnante che ha ritenuto opportuno affrontare questi concetti, chi scrive ha strutturato le attività didattica utilizzando come strumento il robot Bee-bot.

Al termine delle attività di LRE la situazione registrata tramite il test TCR si rivela modificata, evidenziando un generale miglioramento che è maggiormente enfatizzato rispetto ai concetti affrontati con l’attività didattica proposta. Infatti l’intero gruppo classe sembra aver interiorizzato i quattro concetti affrontati e nessun bambino risponde erroneamente ai quesiti relativi ad essi.

Conseguentemente, il successo attestato in questi quattro quesiti fa avanzare la posizione del gruppo rispetto agli standard stabiliti dal test. La media della classe rispetto al punteggio grezzo è di circa 48 punti su 56, il range  in cui si collocano i punteggi dei singoli componenti del gruppo non si collocano più tra 19 e 48, ma si alzano tra 37 e 55. Tutto ciò si riversa sulla media del punteggio standard che si alza di ben 15 punti arrivando a 48 circa. Dato ancora più significativo è quello relativo al rango percentile, la media del gruppo sperimentale, dopo le attività didattiche proposte nel LRE fa un salto di trenta posizione ottenendo una media del 44 su 100 circa che porta la classe in una posizione vicina agli standard del test.

pellone2L’attività didattica proposta nel LRE si rivela effettivamente utile ed efficace rispetto ai concetti affrontati, vi è però da rilevare come, seppur il gruppo classe nella sua media si trovi in un’ottima posizione rispetto ai risultati, alcuni soggetti rivelano altre carenze, rispetto ad altri concetti, che il test rileva e che una buona didattica che abbia a cuore l’apprendimento come processo complesso da completare per ogni bambino dovrebbe rilevare e attualizzare in ulteriori interventi mirati.

In un altro articolo presenterò quanto è emerso rispetto alla socializzazione nel gruppo classe, anche questo elemento cruciale nei percorsi di apprendimento.

 

 

Bullismo verso i Robot?

Un articolo su La Stampa dal titolo “Robot e bambini, se la convivenza si trasforma in bullismo” pone questo tema, documentato da una ricerca giapponese. Un video su YouTube mostra una sintesi della ricerca, mirata a dare ai Robot da impiegare in pubblico schemi comportamentali in grado di preservarlo dagli “assalti” dei bambini “bulli”..

Guardate il video e poi seguitemi nelle considerazioni che mi sovvengono, osservando il video con l’occhio di chi da anni studia la relazione bambini-robot in chiave educativa, e comunque osservando le reazioni dei bambini “quando un robot entra in classe”

Orbene, più che “bullismo” qui si possono notare goffi tentativi di stabilire “relazione” con un oggetto tecnologico (Robot) che incuriosisce, e quindi stimola il desiderio a interagire con esso.

Per i bambini è un po’ come incontrare un compagno sconosciuto, e cercare di fare conoscenza. Vogliono vedere come reagisce, se risponde (ma sembra dal video che non risponda) sino a che o perdono interesse, o alzano il livello di contatto, sino alla “violenza”, ma una violenza tesa a provocare una risposta, e NON A VESSARE/SOTTOMETTERE come è invece nei casi definiti “bullismo”.
bullismo

A riprova di questa interpretazione il caso in cui il gruppo di bambini, frustrati dalla mancata risposta del Robot, comunque lo “accettano” e coinvolgono a giocare con loro in un girotondo, con il Robot “in mezzo” e quindi passivamente coinvolto nel loro gioco, visto che non  sembra abbia voglia di giocare con loro.

Dato che occasioni come queste di certo si moltiplicheranno, chi si occupa di Educazione è bene si ponga questo “nuovo livello” di problematica, nel rapporto tra bambini e tecnologie. E come da anni diciamo in convegni e seminari, la soluzione sta come sempre nella GIUSTA  AZIONE EDUCATIVA volta a rinforzare nei minori atteggiamenti COSTRUTTIVI e POSITIVI di crescita e apprendimento, e non sottovalutare quanto diverso sia interagire con un computer o tablet, rispetto a un Robot, specialmente se di dimensioni e fattezze umanoidi. In questo caso il Robot ha misure “da bambino”, e quindi naturale il tentativo a socializzare. Ovviamente come socializzano i bambini e non gli adulti.

Giovanni Marcianò

Esperienze di Robotica educativa: da Trento a Pechino

Esperienze di Robotica educativa: da Trento a Pechino

Ricevo e dai prof.ri Tommaso Scarano e Andrea Cristofori e con gioia pubblico questo articolo:

 

Dopo gli “ori” conquistati nelle gare nazionali, la spedizione trentina che parte verso la Cina è composta da tre squadre: le due vincitrici del Rescue Line e Rescue Maze, entrambe del Liceo scientifico “Galilei”, e la vincitrice del Rescue Line Under 14, dell’Istituto Comprensivo Trento 3 (Scuola superiore di primo grado “Bronzetti-Segantini”).

Con rammarico dobbiamo lasciare a casa gli amici, due volte campioni nazionali, dell’ITT “Buonarroti”, classificatisi quest’anno secondi dopo di noi, causa la restrizione dei posti assegnati all’Italia in finale mondiale.

La Cina è vicina, dice lo slogan, ma è anche lontana ed è costoso arrivarci! Servono soldi, e non pochi. Ci attiviamo con tutti i canali possibili: parte dei soldi ce li dà la Provincia Autonoma, ma resta ancora una gran parte di fondi da raggranellare. Ci vengono in soccorso associazioni, ordini professionali, ditte, enti e tante persone di cuore.

Il tam-tam mediatico si è sparso in tutta Italia grazie ai gruppi facebook, al crowdfunding, al risalto che ci ha dato la stampa visto anche che si trattava per la prima volta di robot costruiti con piattaforme Open Hardware (ed in particolare su schede italiane Arduino) e con la filosofia della condivisione del sapere che ci contraddistingue da sempre.

Gli studenti ed i genitori hanno avuto gran parte del merito nell’intessere la rete di relazioni umane e professionali che ci ha permesso di raccogliere la cifra necessaria, ma che al tempo stesso ci ha permesso di far conoscere il nostro lavoro a tante persone e ci ha aperto canali di amicizia e di solidarietà che dureranno per sempre.

Grazie alla loro generosità e impegno, raggiungiamo il budget necessario e ci scontriamo col secondo mostro: la burocrazia, che sconfiggiamo con la discesa in campo di tutti: genitori, studenti, personale della scuola ed i dirigenti scolastici in prima persona, impegnati dapprima a risolvere gli intoppi, ed anche, poi, nell’accompagnare le squadre, collaborano nel limare gli spigoli ed appianare difficoltà e lentezze.

Mentre imperversa la battaglia contro i due peggiori nemici, si continua con la preparazione dei robot, ma in questo siamo abituati all’emergenza ed al budget scarso. Le squadre lavorano bene, nonostante il disagio dovuto agli impegni di molti dei ragazzi (sono comprensibilmente impegnati su molti fronti tra cui qualcuno in quello non piccolo dell’esame di maturità).

Quando però possiamo, le ore di sviluppo e programmazione non si contano e solo il sopraggiungere della notte ci costringe ad abbandonare il lavoro, perché sono importanti le innovazioni tecnologiche e didattiche, la ingegnosità per superare difficoltà economiche e la diligenza in quelle burocratiche, ma quello che conta davvero e che fa di una squadra una vincitrice è il lavoro, il lavoro e il lavoro.

I robot si presentano all’impegno mondiale rimodellati nel software e nell’hardware (ultime modifiche due giorni prima della partenza, come per tradizione), e ci inducono a sperare in risultati onorevoli.

Arrivati al mondiale, ci rendiamo subito conto che la realtà è ben diversa da quella sperimentata finora. I campi sono disegnati in maniera davvero ostica, ma nelle prove pre-gara andiamo bene.

La competizione si apre in maniera inaspettata. La nostra massima aspettativa è di entrare nei primi 10 al mondo; ci troviamo invece leggermente sotto le aspettative con la squadra di Line e coi ragazzi dell’Under 14, ed incredibilmente quarti con la squadra di Maze.

Non ce lo aspettavamo, anche perchè le nostre ultime modifiche hardware compiute sul robot in Italia funzionavano ed in Cina invece non andavano più, costringendoci ad un intervento acrobatico nel bagno della stanza d’albergo, senza attrezzi né componenti elettronici.

Nei giorni seguenti il trend viene confermato: i ragazzi del Line soffrono, sia quelli dell’Under 19 che dell’Under 14, mentre il Maze addirittura realizza, in certe gare, i migliori risultati mondiali.

In finale di gara, riusciamo col Maze a totalizzare il secondo posto come numero di punti relizzati, anche se lo scarto del peggiore risultato ci classifica terzi. L’unica squadra che ci è rimasta davvero avanti è quella tedesca, che comunque non ci precede di moltissimo. Lo scarto finale è di 290 punti su 2500 ma se guardiamo all’ esperienza in gara ed alla dotazione hardware dei team si ha la chiara percezione che siamo davanti ad un miracolo. Anche se stavolta Golia non è crollato, un paio di sassate se le è prese: se guardate la classifica vedrete che il nostro Davide alla sesta prova ha fatto 495 punti: la migliore manche mondiale in assoluto, ed anche alla terza e settima prova ha battuto tutti.

Se non partivamo un po’ piano il primo giorno…….ma niente recriminazioni: siamo sul podio mondiale!

Se il risultato eclatante è quello del Maze, gli altri due team non hanno demeritato: semplicemente hanno pagato lo scotto della prima esperienza ed una certa sfortuna.

L’impegno però c’è stato da parte di tutti, ed il materiale umano è di primo livello. Ricordiamoci che siamo un liceo scientifico ed un istituto comprensivo normali, senza macchine per la lavorazione dei materiali e dotazione di laboratorio elettronico e meccanico, che si scontrano con dei mostri di preparazione, di esperienza, di dotazioni hardware, i migliori per capacità al mondo. Già essere tra questi giganti per noi è motivo di onore.

Certamente, a livello agonistico non vorremo accontentarci mai. In futuro miglioreremo e già stiamo meditando su sensoristica, gestione di gara, algoritmi ecc., ma resta il fatto, tirando le somme di questa avventura, che una piccola città ha espresso molte squadre ai vertici mondiali, che ha fatto della robotica non l’espressione agonistica di un piccolo gruppo di smanettoni ma un modo innovativo di imparare che ha coinvolto un grande numero di studenti e di scuole. Un modo nuovo di apprendere e di condividere le informazioni e partecipare ad un’avventura mondiale con tanti i ragazzi uniti tra loro e tutti protagonisti, senza invidie o gelosie.

Alla scuola, che è presente con tutte le componenti, dagli studenti ai (non) docenti e ai dirigenti, si sono unite con entusiasmo le famiglie (ammirevoli per impegno e qualità della rete umana costruita), ma anche, e forse per la prima volta, la società civile intera: radio, tv, giornali, la rete digitale soprattutto, tramite le campagne di crowdfunding, tramite le informazioni sui blog sui siti web, sui social, ci fanno sentire tutti vicini e compartecipi.

I nostri sponsor non sono gente che scuce denaro e si aspetta in cambio un maggiore fatturato: sono ditte, enti, associazioni fatti da persone che ci conoscono, ci stimano, ci vogliono bene e noi ne vogliamo a loro. Le persone, tante, che hanno dato cifre anche piccole al crowdfunding per sostenerci, ci considerano amici e noi consideriamo amici loro.

Siamo a fine luglio, dopo le meritate ferie in agosto ripartirà un anno scolastico nuovo.

Tanti amici da qualche parte penseranno: che fanno quest’anno i ragazzi di Trento? A cosa stanno lavorando? Che tipo di robot progetteranno? Tanti sorrideranno o saranno incuriositi pensando a quel gruppo di ragazzi che hanno visto, di cui hanno sentito parlare, di cui magari hanno visto i robot all’opera.

Tantissimi….fino in Cina, che ora ci è vicina. :) ))

BES DSA e Robotica educativa

BES DSA e Robotica educativa

Sono da qualche tempo sollecitato a chiarire che rapporto ci possa essere tra le problematiche connesse ai BES (Bisogni Educativi Speciali – v. L 170/12) e l’esperienza documentata dei LRE (Laboratori di Robotica Educativa).

Questo articolo allora per dare a tutti un riferimento che possa rispondere in modo completo, e chiaro. Spero.

Prima di tutto: abbiamo le idee chiare su BES e DSA? Suggerisco un’occhiata a questo articolo online che con linguaggio giornalistico affronta il tema e i luoghi comuni presenti tra genitori e a volte anche tra addetti ai lavori.

Se quindi abbiamo le idee chiare sui BES, sui BISOGNI, sarà semplice vedere il LRE come uno degli strumenti di intervento didattico che potremmo mettere in atto a scuola o in classe per tutti gli “alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni” (Dir. MIUR 22/12/2012).

Un LRE è infatti un ambiente di apprendimento in cui si applica in modo pervasivo la Robotica educativa come METODOLOGIA didattica. Trovate in Bibliografia riferimenti scientifici degli ultimi 15 anni, in questo numero monografico della rivista BRICKS una rassegna di esperienze che esemplificano quanto detto prima.

Devo però ricordare a tutti che un metodo non è una “ricetta”, ma un PROCESSO metodologico applicabile a diversi contesti per rispondere a BISOGNI diversi. Come un falegname usa CACCIAVITE e VITI per realizzare un mobile (piccolo/grande, moderno/classico, barocco/arte povera …), così invito tutti a usare Robot (le viti) e Robotica Educatica (il cacciavite) per realizzare un LRE (di classe/d’Istituto, sperimentale/classico, multidisciplinare/disciplinare … ecc.) a seconda dei BISOGNI, anche SPECIALI, individuati nelle sedi istituzionali (Collegio, Consiglio di Classe, Dipartimenti …)

Mantenendo la metafora del buon falegname, avremo che come un PROGETTO FRETTOLOSO (o nessun progetto) porterà il falegname a realizzare un mobile a caso, o buttare via tempo senza concludere qualcosa di soddisfacente, allo stesso modo a scuola un PROGETTO FRETTOLOSO (o nessun progetto) porterà gli studenti a passare il tempo invece di perseguire apprendimenti e  competenze. Mentre vorremmo avviare un processo di crescita che superi gli ostacoli all’apprendimento …

Colpa degli attrezzi? Di Viti e Robot, o Cacciavite e Metodo didattico? Di nuovo debbo sottolineare come sia la PROGETTAZIONE DIDATTICA il vero strumento della Scuola per l’efficacia didattica. E la formazione dei docenti alla progettazione e conduzione laboratorio (v. esperienza Rete RCJ Italia Under 14) su cui puntare, prima di sperperare soldi in ferraglia (robotica o meno …)

A chi quindi mi chiede se la Robotica Educativa può servire con i BES, l’unica risposta che posso dare è “Certo! se la Scuola ha un PROGETTO meditato e condiviso, che porta alla DIDATTICA LABORATORIALE come “strumento di intervento didattico” del POF in tema BES e DSA”, e saprà dare supporto formativo ai propri docenti.

Dopo di che, molte esperienze mostrano i vantaggi (economicità, efficacia, forte inclusività, facile manutenzione, gradimento studenti e famiglie) del LRE rispetto a Laboratori più “tradizionali”. Ma qui la Scuola dell’Autonomia può (deve) esprimere la propria capacità di progettare e valutare scelte efficaci, a fronte dei propri problemi didattici.

10 CALDI CONSIGLI

DA NON FARE

  1. Comprare un po’ di robot e dire che si fa “Robotica Educativa”. Non basta avere le assi e viti per fare un mobile
  2. Montare o usare Robot seguendo le Istruzioni del produttore e dire che si fa “Robotica Educativa”. Non basta montare un mobile IKEA per definirsi falegnami
  3. Proporre attività di Robotica solo agli alunni BES. Vietato! è una modalità che  non porta alla soluzione dei bisogni educativi … anzi ne potrebbe creare di nuovi !
  4. Mettersi a confronto con gli alunni. Rassegniamoci: sono loro gli smanettoni. Ma noi restiamo INSEGNANTI …e finalizziamo la voglia di fare degli alunni a prove sempre più impegnative …
  5. Fare da soli. Proponete e fate votare il Progetto in Consiglio di classe (e oltre), per cercare condivisione e far valere i voti dati nel LRE nei momenti di valutazione formale.

DA FARE

  1. Ispirarsi a esperienze di altre scuole e sviluppare un PROPRIO PROGETTO, da portare all’approvazione dei colleghi
  2. Iniziare da contesti semplici (classe, intersezione …) e poi evolvere (plesso … istituto …).
  3. Iniziare con pochi robot. Far risolvere agli alunni i problemi “tecnici” ,,, osservare invece (e valutare) i racconti e verbalizzazioni dei propri alunni, e non i robot da loro costruiti…..
  4. DOCUMENTARE, e far documentare agli alunni, i PROCESSI di progettazione, costruzione, verifica, correzione ….
  5. Puntare al POF! Un LRE trova la sua ideale collocazione tra le “scelte didattiche” dell’Istituto per l’Offerta formativa, e nel Piano Inclusione per BES e DSA, ovviamente …

GM

10 anni di iniziative per diffondere al Robotica Educativa

10 anni di iniziative per diffondere al Robotica Educativa

Al fondo della pagina de  LaStampa citata nell’articolo del 20 giugno  è segnalata l’ennesima iniziativa di diffusione della Robotica educativa, a cura della Biblioteca Civica di Settimo Torinese. Mi ha fatto venire in mente quando, dal 2005 al 2007, simili articoli erano pubblicati su La Stampa in occasione dei seminari provinciali che tenevo per conto dell’IRRE PIemonte. Ne ho ritrovato uno dell’ottobre 2006. Interessante leggerli e riflettere su evoluzione (o involuzione?) della cultura tecnicoscientifica e del giornalismo scientifico …

OTTOBRE 2006 – Verbania – ITIS Cobianchi

GIUGNO 2015 – Settimo T.se – Biblioteca Civica

Gioco nell’educazione, nello sviluppo e nell’apprendimento

Gioco nell’educazione, nello sviluppo e nell’apprendimento

Una cattedra a Cambridge sul gioco nell’educazione, voluta (e finanziata) dalla LEGO.  Dieci anni fa chi proponeva di usare a scuola i kit Lego per costruire Robot da programmare per svolgere piccole gare tra alunni,  veniva guardato male. “La scuola è una cosa seria! e che, ora ci mettiamo a giocare in classe invece di studiare?

Anche a me, pur operando in un progetto ministeriale di ricerca, regolarmente giungevano osservazioni in questo tono. Con una sottesa accusa di voler “svilire” la scuola con la “tecnologia in cattedra”. Se  i computer a scuola già avevano fatto scattare reazioni negative, figuriamoci con i Robot. Arrivando a fantascientifici timori di Robot messi a sostituire i professori!

La pagina dedicata a questa notizia da La Stampa (LaStampa_t2_33_20150617) ben illustra a che punto ora siamo giunti.Ormai nessuno nega che – dati e ricerche alla mano – giocando si impara. Spesso in tempi minori e con apprendimenti più solidi di quanto avviene in altri ambienti di apprendimento. E di fronte alle difficoltà crescenti che gli insegnanti incontrano in classe chiedo se abbia più senso insistere con metodiche .tradizionali, o provare a cambiare adottando nuovi metodi didattici.

Ben venga ora chi studi “che succede” dopo. Perchè il vero problema sta nello sviluppo dei percorsi laboratoriali già validati. Ottenute le competenze di base, come procedere verso apprendimenti più strettamente disciplinari? Su questo stiamo lavorando …

 

Risorse per l’innovazione. Un falso problema?

Risorse per l’innovazione. Un falso problema?

Portare la Robotica educativa nelle scuole italiane, come il MIUR sta provando a fare, è certamente un buon proposito. Un “salto di qualità” nei processi di innovazione della scuola italiana ancora carente di laboratorialità, in cui domina ancora la didattica centrata sulla trasmissione orale di conoscenze.

Mi son trovato a rileggere un testo di S. Papert del 1999, che avevo tradotto e pubblicato su Educazione & Scuola,  “Logo Philosophy and Implementation“. .E’ una raccolta di esperienze di innovazione basate sulle teorie didattiche di Papert svolte con pieno successo nei sistemi dell’istruzione di paesi del centro America e in Brasile negli anni 90. Lettura quindi che consiglio a chi si appresta alla nuova sfida di portare la Robotica educativa nei Licei e Ist. Tecnici italiani. Qui riporto solo la conclusione:

Guardando al futuro, io certamente vedo il probabile arrivo di nuovi e più potenti sistemi programmabili. Molti sono già stati immaginati. Ma non sono sicuro che una nuova cultura della programmazione educativa emergerà presto, forse mai. Come ogni processo richiede tempo. Questo appello non è basato su un’arrogante presunzione che noi – gli inventori della filosofia del Logo – siamo più bravi di chiunque altro. E’ basata sulla convinzione che la filosofia del Logo non è stata ancora scritta del tutto, ma è l’espressione della liberazione dell’apprendimento dall’artificiale limite posto dalle tecnologie pre-digitali dell’apprendimento.” S. Papert, 1999 : 

Ebbene, quel futuro di Papert è un po’ arrivato. Arduino, Raspberry Pi 2 con una CPU 900 MHz Quad Core e 1 GB di RAM con costi sotto i 50 euro e stampanti 3D sono il nostro presente.

Ma anche vediamo quanta lungimiranza Papert ha mostrato preconizzando che “la nuova cultura della programmazione educativa” avrebbe stentanto a seguire i progressi delle tecnologie. Siamo ancora a registrare nelle scuole la presenza di metodologie didattiche ottocentesche, fondate su tecnologie pre-digitali che causano un sempre maggiore digital divide tra scuola e studenti.

E non illudiamoci: come non è bastato mettere “un computer in ogni classe” (PSTD 1997-2000) per cambiare la nostra scuola, lo stesso rischio corre la robotica, perchè non basta mettere un robot in classe o chiamare “educativa” una robotica “esecutiva” o mnemonica per avviare il cambiamento tanto atteso da docenti e studenti. Un cambiamento che trasformi la scuola in laboratorio attivo, costruzionista abbisogna di CULTURA DIDATTICA aggiornata, ispirata a PEDAGOGIE e FILOSOFIE DELL’EDUCAZIONE calata nell’oggi, ma anche radicata nella gloriosa tradizione didattica e pedagogica italiana e europea. Ai tempi del PSTD alla formazione dei docenti si destinarono il 4% dei finaziamenti, e nessun docente “distaccato” a curare l’innovazione.

Spero proprio non si ripetano quegli errori. Se i fondi FSE saranno – come detto dal MIUR – più che sufficienti , non resta che programmarne un uso efficace. Chi lavora della scuola è condannato all’ottimismo.

Giovanni Marcianò